Le Grandi Piogge (Racconto metaforico)

Ci sono dei luoghi dove non smette mai di piovere. I campi sono sempre allagati, le foglie degli alberi cedono sotto il peso dell’acqua. Ci sono luoghi dove il sole è una stella come le altre, un ricordo ormai lontano. Saria è uno di questi luoghi. L’elettricità è l’unico modo che abbiamo per produrre luce, i raggi del sole non ci baciano da diversi anni. Alcuni di noi non sono abbastanza grandi da aver apprezzato il torpore dei raggi del sole sulla pelle. Da vent’anni, infatti, le nuvole coprono il Nostro Cielo. Noi, però, in fondo al nostro cuore sappiamo che prima o poi tornerà la luce. La gente parla e noi, per necessità, siamo diventati grandi ascoltatori. Laggiù, da qualche parte nell’oscurità, una grande torre bianca, così bianca da illuminare tutto ciò che vi sta intorno, sovrasta il grigiore delle nuvole e raggiunge quel pezzo di cielo dove la pioggia non può arrivare. Teo e Lena mi hanno convinto, dobbiamo raggiungere quella torre e scoprire chi c’è dentro, cosa sta succedendo al nostro mondo. Chissà se riusciremo a vedere il sole ancora una volta. Io e Teo l’abbiamo visto, giocavamo insieme in spiaggia sotto i raggi del sole. Lena è nata pochi giorni dopo l’arrivo delle Grandi Piogge, non ha mai sentito quel calore sulla pelle. I nostri padri ci hanno insegnato a piantare i semi, a lavorare la terra. Abbiamo visto la Grande Foresta nel pieno della fioritura, con un’infinità di esemplari di animali che ne fecero dimora e nascondiglio. Oggi la Foresta è ancora più grande, ma non ci sono più fiori. L’ecosistema si è evoluto così come gli animali, per adattarsi al nostro nuovo mondo. Con il sole se n’è andato via il sorriso della gente. La spensieratezza, il buon umore; non c’è più niente. La gente non fa altro che pensare al lavoro.

Ho ricordi, anche se confusi e ormai lontani, di intere famiglie che chiacchieravano di stupidaggini sotto grandi ombrelli, con il sorriso sul volto. Quei grandi ombrelli però non coprivano dalla pioggia, ma dai potenti raggi del sole. Forse il mondo non tornerà mai come prima, ma la luce deve tornare. La verità è che non se ne sarebbe mai dovuta andare via, non sarebbe mai dovuta sparire. Sto per arrivare a casa, dobbiamo prepararci per un viaggio; non sappiamo se corto o lungo. Non sappiamo nemmeno se quella torre esiste davvero. Forse esiste solo nelle fantasie della gente che il sole l’ha visto davvero o forse non esiste, ma abbiamo un disperato bisogno che esista. Lena, più di tutti noi, merita di essere baciata dai raggi del sole. Anche se dopo il racconto di Teo, lei desidera vedere soprattutto una cosa: l’arcobaleno. Avevo detto più volte a Teo di non riempire la sua testa di queste cose. Una mente così affamata di conoscenza e così curiosa non deve essere illusa. Per noi era un fenomeno piuttosto comune, eppure oggi sembra così straordinario. Non ricordo bene nemmeno i colori da cui è composto. Salgo le scale, ma non sono pronto. Cosa ci aspetterà? Dove andare? Lena ha una teoria, la ascolteremo.

Il Viaggio

La teoria di Lena è molto semplice: seguire il volo delle Felicelle. Sono uccelli rossi che migrano sempre verso zone più calde, quindi, secondo Lena, verso la luce del sole. Il piano, però, non mi convince: ormai le Felicelle sono sempre più rare, il grande cambiamento climatico è stato devastante per questa specie. La teoria di Teo, tuttavia, è ancora più inverosimile: andare in città e recuperare informazioni dalla gente. Per mancanza di alternative, quindi, seguimmo la teoria di Lena. Per giorni, settimane, mesi abbiamo atteso e guardato il cielo ogni giorno. Neanche una Felicella. Lena e Teo iniziarono a diventare impazienti, io in realtà avevo già abbandonato l’idea. Proposi di partire lo stesso, di ascoltare la gente e di scegliere una direzione, prestando sempre però attenzione al cielo. Partimmo senza la benché minima idea di dove stessimo andando. Vagammo senza meta per mesi. Le Grandi Piogge picchiarono su di noi giorno dopo giorno, indebolendo il nostro cuore e la nostra mente.

Ci fermammo solo per mangiare e dormire, ma delle Felicelle neanche l’ombra. La gente ci fornì informazioni contrastanti l’una con l’altra, in realtà non trovammo nessuno che ne sapesse più di noi. Abbandonati all’idea che quella torre non esistesse e ormai smarriti, ci addentrammo nella Grande Foresta. Nessuno di noi parlava da giorni, iniziammo a fatica a distinguere il giorno dalla notte. La stanchezza prese il sopravvento e senza neanche accorgercene ci separammo. Mi ritrovai da solo a fare i conti con me stesso, con i miei desideri e i miei ricordi sempre più sfocati. Vagai per giorni e mentre la Foresta si faceva più fitta la mia tristezza divenne sempre più profonda. Adesso nemmeno il ricordo del sole riuscì a farmi tornare lucido. Mi fermai per la stanchezza e lo sconforto. Mi accasciai sotto un grosso albero con rami e foglie abbastanza fitti da proteggermi dalla pioggia. Chiusi gli occhi e caddi in un lungo sonno. Mi svegliai, non so dopo quante ore, ma mi sentii in forze. Fu allora che, uscito dall’ombra dell’albero, alzai gli occhi e vidi una luce fortissima: la torre era davanti a me.

La Grande Torre Bianca

Per un attimo, provai un senso di leggerezza, serenità. “Devo trovare Teo e Lena” pensai, ma la Foresta è grande e il rischio di perdersi di nuovo mi bloccò. Presi coraggio e decisi di entrare. All’entrata non vidi nessuno, quindi avanzai e mi diressi verso le scale. Iniziai a salire e raggiunsi il primo piano. Mi trovai davanti ad una porta e provai ad aprirla. Ciò che mi successe dentro ha dell’assurdo. Chiusi gli occhi e vidi, in prima persona, alcune scene della mia vita prima dell’arrivo delle Grandi Pioggia. Momenti di tristezza, di sconforto. Impotente come allora, sopportai e provai quelle stesse emozioni, anche se con più maturità e consapevolezza. Finito il ricordo salii di nuovo le scale e raggiunsi il piano superiore. Un’altra porta, un’altra scena. Avanzai per diverso tempo, finché iniziai a tentennare: “voglio davvero rivivere tutti quei momenti?”.

Ma fu proprio sul punto della resa, che sentii delle voci dai piani superiori: “Sali le scale, scegli la luce!”. Voci non troppo familiari, ma pure, celesti. Ancora frastornato e turbato da quelle visioni, decisi di ripartire. Piano dopo piano, la sofferenza si faceva sempre più funesta, ma iniziai a diventare più leggero. Le voci, sempre più vicine, iniziarono a prendere un tono più familiare e riconoscibile. “Sono Teo e Lena”, pensai. Allora presi a salire più velocemente, sino alla cima. Aprii l’ultima porta ed erano lì. Teo e Lena erano lì, sulla cima della torre, illuminati da un solo cocente e mai così bello. Provai serenità, leggerezza. Insieme a noi altre persone si godevano di nuovo il calore prodotto dal sole. Alcuni piansero di gioia, altri gridarono. Pochi, invece, sacrificarono la loro felicità per trasformarsi in Felicelle e tornare sotto le Grandi Piogge per guidare gli amici alla Torre Bianca.

Commento finale

In pochi saranno arrivati sino a qui, ne sono certo. Per questo motivo dedico a te, il migliore, un piccolo commento su questo racconto. Sì, “Le Grandi Piogge” è il primo racconto che scrivo. E no, non sono sicuro che sia un bel racconto. Però è un racconto vero emotivamente parlando. Si tratta di un racconto metaforico: un testo che racconta un’esperienza reale o verosimile attraverso espedienti metaforici. Nel mio caso, ho scritto un racconto per raccontare come io ho vissuto la depressione. Un periodo dove mi sentivo come se mi piovesse addosso tutto il giorno. Un viaggio, perché la battaglia contro la depressione è un viaggio lungo e tortuoso. Due compagni, perché è quel tipo di lotta che difficilmente puoi affrontare completamente solo. Una grande torre: idealmente, me stesso. Credo che la depressione sia una condizione molto soggettiva e durante quel terribile periodo ho avuto la netta sensazione di essere io stesso il mio più grande nemico. Ho scritto un racconto poco descrittivo perché volevo fosse molto chiaro e apprezzabile il messaggio che ci sta dietro.