Lavorare nel 2020: diario di uno studente – parte 1

Premetto che è una chiacchierata in generale, non si tratta nè di una forma di “protesta” nè di una specie di critica verso la società. Per questo motivo, ho deciso di NON citare nè luoghi, nè nomi. Infine, ci tengo a dire che è un articolo che scrivo con affetto, perchè tutto ciò che mi è successo mi ha aiutato a formarmi come uomo.
– Le mie esperienze, in alcune occasioni, verranno romanzate, esagerate, amplificate, ma non per questo si tratta di falsità. –

Giorno 0.5 – il titolo

Perchè “Lavorare nel 2020?” Perchè c’è stato un momento – lo ammetto, durante la quarantena – dove, a 22 anni, ho iniziato a pensare, a ritroso, a quella che è stata la mia vita lavorativa e non degli ultimi 4 anni. Prendo il 2020 come riferimento, ma avrei potuto benissimo scrivere “Lavorare oggi: diario di uno studente”. Sono convinto di non essere l’unico studente lavoratore al mondo, anzi, forse sono anche uno dei tanti che si lamenta delle cose più del dovuto, che ci vuoi fare, sono fatto così! Ho voglia di condividere tutti questi anni anche in modo piuttosto scherzoso, perciò, facciamolo!

Lavorare nel 2020

Giorno 1 – Coscienza

Arriva quel momento della tua vita in cui, per un motivo o per l’altro, hai un gran bisogno di sentirti un po’ più autonomo. Ovviamente, intendo dal punto di vista economico. Non sono il tipo che spende centinaia di euro per un paio di pantaloni firmati, profumi, giubbotti o l’ultimo paio di scarpe della Nike. Non fumo, bevo relativamente poco (perlopiù birra, roba economica) e non mi drogo. Poi non ho chissà quali vizi se non thè e caffè da soddisfare un condominio di otto famiglie.

Mi piace la tecnologia, quello sì. Dai videogiochi alle minime cazzate a led tutte fighe – e che fai, te ne privi? -. Ma diciamo la verità, si avvicinano i 18, presto potrò fare la patente, poi ormai sono grande, posso e voglio uscire di più – quindi spendere di più (?) -. Fu allora, nel 2016, che decisi di trovarmi un lavoretto, giusto per mettermi via qualche soldino.

Giorno 2 – Prima esperienza

Avevo 17 anni e, sinceramente, ero zero nel lavoro manuale – niente doppi sensi -. Non avevo mai lavorato un giorno in vita mia e non avevo la più pallida idea di cosa poter cercare. Abito in una zona d’Italia meravigliosa, in una valle: nel giro di 10 km quadrati abbiamo fiume, mare e montagne. Ah, la Liguria, che meraviglia.

La nostra zona, prima di tutta questa merda con la corona, era una delle principali mete di turismo della Liguria, e questo significa due cose. Uno, tanti turisti, due, tante opportunità nel settore del turismo. Dopo poco che mi sono messo alla ricerca ho trovato un lavoro come cameriere in uno dei ristoranti più VIP della zona, lavoro che ho accettato volentieri. Nella nostra zona si inizia presto, verso metà maggio, perciò andavo a scuola dal lunedì al venerdì per poi andare a lavorare il sabato e la domenica. Pantaloni neri, camicia bianca e si parte.

Giorno 3 – Il primo fine settimana

Metto le mani avanti: anche se non puzzo, tendo a sudare molto facilmente e non sono uno che sul posto di lavoro passeggia. Complice anche il titolare, una donna sulla cinquantina, che mi bacchettava come una serpe e, appena arrivato, neanche mi salutava che mi faceva spostare cassoni di bottiglie di vetro piene d’acqua per il servizio. Se non hai mai lavorato, soprattutto in questo settore, devi sapere che tu vai a lavorare senza sapere quanto guadagnerai perchè se chiedi passi per spocchioso e maleducatoil fatto che il tuo titolare poi si fa problemi a spendere 3 euro per fare il lavaggio delle tovaglie poi è un altro discorso, non gliene frega un cazzo a nessuno -. Inoltre, è un lavoro dove sai quando entri, ma non sai mai quando esci. E, sembrerà incredibile, ma tutto questo l’ho capito nelle prime due ore di lavoro.

Inizia il servizio e tu, ovviamente, sei impanicato. Puoi essere calmo e sereno quanto vuoi, ma lo spessore di 8 centimetri di sudore sulla fronte, al primo giorno, lo hai anche con meno 5 gradi fuori. Gente che ti chiama da tutte la parti, Gabriele qui, Gabriele là, il titolare ti chiama pure Raffaele, per farti capire quanto gli interessa chi sei e da dove vieni. Finisce il primo servizio e sei cotto, sudato, ma tutto sommato soddisfatto; non ho rotto piatti, nè bicchieri. Si avvicina una collega:
“Ehi, non male come primo giorno!”.
“Grazie, sono un po’ stanco, mi dovrò abituare…”.
“Sì, ci sta… L’unica cosa, Gabriele”.
“Dimmi pure!”.
“Questa è un’azienda seria, l’aspetto è tutto: dovresti toglierti il cocchetto all’orecchio”.
La guardo, sgrano un po’ gli occhi. “S-sì, certo, nessun problema”.
Una dozzina di tatuaggi nel braccio destro, forse quindici nel sinistro – giuro, non sapevo neanche come facessero a starcene così tanti in un braccio così esile -, una quntità di braccialetti che non vedi neanche in esposizione da Breil, Pandora e Morellato.
“E mi raccomando… Niente anelli!”

A quel punto, lo ammetto, ho pensato sarebbe stata l’estate più lunga della mia vita.

FINE PARTE 1

Ti è piaciuta la prima parte di “Lavorare nel 2020”? Fammelo sapere qui sotto o sui miei social, che puoi trovare qui sotto! Ci vediamo domani con la seconda parte.

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